La dipendenza dalle benzodiazepine: un fenomeno ancora troppo trascurato

IN ITALIA NE FA USO UN ADULTO SU DIECI, CON PERCENTUALI CHE SALGONO PER GLI OVER 65. LE CRISI D’ASTINENZA POSSONO ESSERE LETALI

Le benzodiazepine (BZ), principalmente usate per curare ansia e insonnia, sono tra i farmaci più prescritti a livello mondiale. In Italia un adulto su dieci ne fa
uso, ma la percentuale sale a uno su quattro nella fascia d’età sopra i 65 anni. L’uso prolungato di benzodiazepine tende a causare una dipendenza in una percentuale variabile, a seconda degli studi, tra il 40 e l’80%. La dipendenza da benzodiazepine è un fenomeno trascurato, pur essendo la crisi d’astinenza potenzialmente grave e pericolosa.

GLI EFFETTI COLLATERALI

Benché siano molecole caratterizzate da elevata maneggevolezza, le benzodiazepine possono determinare l’insorgenza di effetti indesiderati. Tra questi si segnalano: sedazione, amnesia, incoordinazione motoria (causa spesso di cadute negli anziani) e riduzione delle performance cognitive e psicomotorie.
Non esistono, invece, chiare evidenze circa la possibilità che le benzodiazepine aumentino l’incidenza della malattia di Alzheimer, evidenziata da alcuni autori e smentita da altri. Non infrequente è l’insorgenza di irritabilità, aumento dell’impulsività, crisi di rabbia ed irrequietezza.

TOLLERANZA
Le benzodiazepine sono una classe di farmaci adatta a terapie brevi e non a terapie di mantenimento: nel caso di ansia cronica la terapia di lunga durata deve essere gestita con farmaci antidepressivi, senza trascurare una psicoterapia. In tal senso, è consigliabile l’impiego di una benzodiazepina nella fase iniziale di trattamento, per coprire la fase di latenza di un antidepressivo. Le benzodiazepine possono dare dipendenza e tolleranza (assuefazione) anche in tempi brevi, per cui il loro uso è da tempo raccomandato per un periodo molto limitato, intorno alle quattro settimane.
L’uso delle benzodiazepine prosegue da quasi 60 anni e ancor oggi rappresenta il più colossale fenomeno di utilizzo di farmaci fuori dalle indicazioni a livello mondiale; la dipendenza da questi farmaci è la più tipica forma di dipendenza iatrogena, ossia originata da prescrizione medica.

LE MODALITÀ D’USO

Più nello specifico, possiamo distinguere sinteticamente quattro situazioni d’uso di benzodiazepine. La prima è un uso episodico per momenti di stress da cause specifiche, insonnia transitoria, con una modalità assuntiva che coincide in pieno con le indicazioni d’uso di questi farmaci.
Un utilizzo di questo tipo interessa circa un quinto della popolazione generale. C’è poi un uso senza interruzioni, prolungato oltre i limiti raccomandati ma a dosi terapeutiche. Tale situazione è frequentemente correlata con il rischio di sviluppare dipendenza. Tale uso è fortemente correlato con i disturbi sopra descritti. In Italia è ipotizzabile quantificare intorno al 7,5% della popolazione generale questo tipo di assunzione.
La terza situazione riguarda l’abuso saltuario di dosi inappropriate (“sbornia da benzodiazepine”). Tale modalità coinvolge soprattutto i soggetti affetti da dipendenza da sostanze illecite ed alcol o i soggetti con disturbi di personalità. Un uso di questo tipo può essere quantificato intorno allo 0,1 % della popolazione. Infine, esiste l’uso prolungato di alte dosi. Questa situazione è sempre più riscontrata anche in soggetti privi di psicopatologia, che passano
da un uso prolungato di benzodiazepine a dosi extra-terapeutiche per fenomeni di tolleranza (assuefazione). È stato ipotizzato che questo fenomeno
coinvolga lo 0,2% della popolazione generale. In Italia potrebbero quindi esserci più di 130.000 persone che abusano quotidianamente di dosi eccessive di benzodiazepine.

SEGNI E SINTOMI
L’abuso di benzodiazepine risente della facilità di ottenere un farmaco con o senza ricetta. Il sostanziale disinteresse delle industrie farmaceutiche per questo
tipo di problematica (vecchie molecole che vendono moltissimo) non stimola certo la ricerca. Una delle chiavi per comprendere l’enorme diffusione delle benzodiazepine sta nella loro sostanziale mancanza di tossicità acuta, veramente con pochi eguali. Allo stesso tempo, l’uso cronico rivela una serie di effetti collaterali rilevanti. Vi è inoltre una tacita accettazione, da parte di medici e pazienti, dell’uso a lungo termine delle benzodiazepine.
Per motivi poi non ancora chiariti (forse genetici o legati a determinati tipi di benzodiazepine) esiste una quota significativa di utilizzatori di alte dosi anche tra persone che non hanno disturbi psichiatrici maggiori, né sono dipendenti da droghe o alcol. Alcuni studi, soprattutto dell’università di Verona, hanno segnalato
un grave peggioramento della qualità di vita negli assuntori di alte dosi di benzodiazepine.
Diventa quindi sempre più necessario trattare anche la dipendenza da alte dosi di benzodiazepine. La sindrome d’astinenza è caratterizzata da una serie di segni e sintomi tipici, che cominciano a manifestarsi entro qualche ora o qualche giorno dalla sospensione del farmaco.
In particolare, la sudorazione aumenta, così come il battito cardiaco e il tremore. Compaiono inoltre insonnia, spesso nausea o vomito, a volte allucinazioni visive, tattili e uditive. Il sintomo più temibile sono le crisi convulsive generalizzate, potenzialmente letali in caso di caduta su superfici pericolose o durante
la guida. I tradizionali programmi di scalo, raccomandati in intervalli temporali tra le quattro e le 18 settimane, perdono generalmente di efficacia passando dal trattamento da uso cronico di dosi terapeutiche alle dosi extra-terapeutiche di benzodiazepine.

IL TRATTAMENTO
Da alcuni anni l’Unità di Degenza di Medicina delle Dipendenze, dal 2003 fino al 2018 unica struttura in Italia ed una delle poche a livello internazionale,
applica il trattamento con flumazenil in infusione lenta nei casi di abuso cronico di alte dosi di benzodiazepine.
Il trattamento permette di sospendere in tempi rapidi (7-8 giorni) dosi molto alte di benzodiazepine in modo ben tollerato e con scarsi effetti collaterali.
Abbiamo verificato di recente la sostanziale tenuta del tempo dei soggetti trattati in questo modo: dopo due anni oltre il 70% dei pazienti non aveva ripreso l’abuso.